Lettera di una mamma mezza milanese, alla sua bambina mezza fiorentina.

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Ciao amore,
questa lettera ti è dovuta. Dovuta perché con queste origini miste che hai (forse dovrei scrivere che tu t’hai) ho paura che tu possa fare un po’ di confusione. Alla fine è un dato di fatto che i bambini bilingue imparano a parlare un po’ dopo rispetto ai coetanei monolingue. 😀 Apprendono due idiomi contemporaneamente ma ci mettono un secondo in più a capire come esprimersi. Quindi, ho pensato di provare a spiegarti quello che io ancora oggi in realtà faccio fatica a comprendere a fondo…ma so che sei talmente intelligente che sarai tu alla fine che insegnerai a me…

Quando ho conosciuto il tuo papà, (e in questo caso dovrei scrivere babbo perché come spiegato nel vocabolario fiorentino babbo è usato al posto di papà che “un s’usa miha mai perché ci fa un po’ schifo“) una delle cose che mi è subito piaciuta è stata sicuramente la sua parlata. Fin da piccola la cadenza fiorentina, insieme a quella bolognese, destavano in me parecchia simpatia. Tant’é che quando la nonna mi portava in Versilia, io andavo ripetendo per mesi: una coca cola con la cannuccia corta corta. Il tutto aspirando la c, come da prassi.

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Ricordo però che all’inizio facevo parecchia fatica a capire cosa volesse dire. Non che oggi, a distanza di tre anni, io riesca a fare la traduzione simultanea, considerando poi che da buon fiorentino si mangia le parole abbestia, ma almeno qualche termine l’ho imparato.

Una delle prime volte che io e papà siamo usciti gli ho sentito dire: hai fissato il ristorante? E io sono rimasta lì, con una faccia da ebete senza sapere cosa rispondere. Perché io il ristorante lo prenoto, non lo fisso.
Un’altra volta mi ha detto che, il venerdì successivo avrebbe “fatto festa” presto e sarebbe venuto a trovarmi. Che cosa intendi, bellino, per far festa? Prima vai a festeggiare e poi vieni da me?(Ho capito dopo che fare festa da lui significa smettere di lavorare…).
Oppure salutando qualcuno con cui era a telefono diceva: bònaaaa. E io mi chiedevo perché dovesse fare dei complimenti ad un’altra proprio davanti a me. Ho smesso di incazzarmi quando ho capito che quel termine, rimpiazza semplicemente il ciao di congedo.
Oppure quando mi diceva che sono belloccia e io mi infastidivo per il complimento poco carino, per poi scoprire che in realtà è il diminutivo affettuoso di bello, del tutto privo del senso un po’ dispregiativo di bellezza grossolana, che si ha fuori della Toscana.
O quando raccontava che mi aveva imbroccata a Formentera. Cosa mi avevi fatto??? (Imbroccare: fare conquiste amorose. “Che l’hai imbroccata?”, sei riuscito a conquistarla?).

Così ho iniziato a pensare che, se non volevo litigarci ogni 30 secondi, dovevo impegnarmi a studiare la sua lingua madre. Inizialmente mi ha lui stesso portato a casa un vocabolario fiorentino. Il Vohabolario del Vernaholo Fiorentino e del Dialetto Toscano di ieri e di oggi, riporta tutta una serie di parole usatissime in toscana ma sconosciute al resto d’Italia. O almeno a me. Così l’ho letto e l’ho tenuto lì sul comodino pronto all’evenienza. Anche se mi sarebbe servito portarlo con me, nella borsa. Perché anche al ristorante facevo fatica. Davvero.

Una volta ho visto scritto sul menù: topini.Topini??? Perché questi mangiano i topini, mi sono chiesta schifata? (Altro non sono che piccoli gnocchi). Lo stesso menù proponeva il popone. Il popone? Come non sapere cos’è un popone (io mi immagino un inglese a Firenze che già fa fatica a leggere il menù tradotto con Google Translate e poi si trova pure una parola dialettale…). Il popone Lavinia è il melone, così come il cocomero è l’anguria. E i coccoli non sono coccole al maschile, ma squisite pallottole d’acqua e farina fritte e salate a bollore (a bollore, cioè bollenti) perché diacci sono da buttare. Diaccio: freddo. Freddo che può anche essere marmato. (Freddo come il marmo “Ho i piedi marmati”, ho i piedi molto freddi.)

A proposito di cibo amore, se mai dovessi sentire qualcuno che ti fa complimenti sulle tue mele, non sta guardando nel tuo cestino della merenda. Ma sta parlando del tuo fondoschiena. Così come se senti qualcuno che guardando verso di te parla di cicala/passera/topa. Non c’è alcun animale da cercare. SAPPILO.

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Con tutta questa confusione un po’ di studio era davvero necessario. E per fortuna un pochino sono migliorata. Ora capisco praticamente tutto, ovviamente non rispondo in lingua, ma almeno so di cosa stiamo parlando.

Così quando attraversiamo la sdrada e babbo mi dice: occhio che ti arrotano. Capisco che intende evitarmi di essere investita. O quando lo sento dire al nonno: tiro io giù il bandòne, so che intende la saracinesca del negozio….o se mi dice metti per favore il bicchiere nell’acquaio non cerco l’acquario in casa ma vado diretta al lavello…(e già che siamo in tema, amore, il trombaio è l’idraulico, non un viveur….). Se mi dice allungami i’-llàpisse, gli passo la matita. Quando mi dice di passargli la granata, non mi sta invitando ad un atto terroristico. Semplicemente vuole la scopa di saggina. A Firenze si spazza, non si scopa. E per quella cosa che farai quando avrai minimo trent’anni il verbo usato è trombare. Quando chiede il cencio vuole lo straccio oppure se siamo sotto carnevale potrebbe desiderare una chiacchiera. Se dice che rigoverna lui, non intende dire che comanda in casa, semplicemente, ha deciso di lavare i piatti. Se dice che prende lo scaleo, so che sta andando a recuperare la scala. E se infine si infila il toni…ora finalmente so che si mette la tuta.

C’è da dire però che in effetti papà tolta la cadenza fiorentina e qualche modo di dire (vedi sotto), è abbastanza comprensibile.

Vedi qui:
BELL’ E…: Bell’ e pronto, Bell’ e fatto, ecc. cioè già pronto, già fatto, ecc. Con l’espressione “bell’” si sottolinea l’immediatezza dell’azione in questione. L’uso di tal modo di dire è di uso quotidiano e comunissimo. “Vorrei un cappuccino – Eccolo, gl’è bell’e fatto!”.
UN C’È VERSO: 1) Non è possibile. “‘Un c’è verso! O’ come t’ha’ fatto a ‘un accorgertene!”, Non è possibile! Come hai fatto a non rendertene conto? 2) È veramente troppo difficile, praticamente impossibile. “Sii, alzalo di più allora! No dai, così ‘un c’è verso”, Mettilo ancora più in alto, possibilmente.
DIMORTO: Al posto di “molto” un toscano usa “dimorto”, magari raddoppiandolo pure. Sono dimórto ma dimórto ‘ontento!, Sono veramente molto contento / Sono contentissimo. E spesso sostituisce il tutto con “un monte”: Sono ‘ontento un monte! Quel “monte” lì, poi lo mette un po’ da tutte le parti. Esempio: Mi sono divertito u’-mmonte!
VENVIA: Letteralmente, vieni via ma in realtà vuol dire, non è vero. In fiorentino, infatti, si può dire anche, Unné-vvéro.

Con la tu’ nonna faccio più fatica. Quando la domenica andiamo a pranzo da lei rimango spesso frastornata dalle parole che usano. Parole che pronunciano come se avessero un senso chiarissimo e che invece a me confondono soltanto. Nonna ti dice spesso: “mettiti a cécce” (vuol dire siediti) oppure “arreggiti bene alla sedia” (tieniti ben stretta), e io strabuzzo gli occhi.

Ecco quindi una lista di parole, prese dal Vohabolario, che potresti quindi sentire e non capire immediatamente:

ACCHIAPPINO: Molletta per stendere il bucato ad asciugare, in legno o plastica.
ABBÓZZALA: Espressione che invita a mutare atteggiamento o comportamento, “Abbozzala di urlare!”,
smettila di urlare. “Oh che l’abbozzi?”, la vuoi smettere?
ACCOMODARE: Non è usato nel senso di benvenuto, “prego si accomodi”, come dico io. No. Loro intendono riparare, aggiustare. “Che lo sa’ accomodare?”, Lo sai riparare da solo?
ANNO: Usato come avverbio invece di l’anno scorso. “Anno, fece un freddo birbone”, l’anno scorso fece molto freddo. “Ricordiamoci di ‘un fa’ come anno”, ricordiamoci di non fare come l’anno scorso.
BADARE: 1) Tenere d’occhio, osservare. “Badami i’ bambino che vo a’ i’ lìcitte!”, per favore, guardami un momento il bambino che vado in bagno. 2) Fare attenzione. “Bada che tù-lle pigli”, attento che ne buschi
BELLINO: ecco una parola che potrebbe far rimanere male te. Se ti dicono che sei bellina, non stanno sminuendo la tua beltà amore. 1) Guarda bellino, nell’espressione “guarda che bello”. Si dice, per esempio, a un bimbo piccolo mostrandogli un balocco o un oggetto per farlo stare buono. Dove “Bellino” si riferisce all’oggetto, non al bimbo, come potrebbe interpretare un non toscano. 2) Preceduto dall’esclamazione “Oh” nell’intonazione “Oh bellinoo…”, viene detto a qualcuno che ci sta veramente stancando con il suo atteggiamento o i suoi discorsi. Altrimenti è un solo un modo di dire. Ma sempre bellissima sei. <3
CIACCIONE: Persona che s’intromette, che fruga nei posti e nelle cose che non gli appartengono.
CIANTELLA: Ciabatta, scarpa vecchia e sdrucita utilizzata come ciabatta. Indica anche i piedi particolarmente grandi: “T’hai delle ciantelle di nulla”, hai i piedi proprio molto grandi.
CICCIA: Carne. “Mangia la ciccia”, mangia la carne. L’espressione “Ciccia” o “L’è ciccia”, indica che bisogna arrangiarci con quello che c’è, che non c’è modo di fare differentemente. “Si prova a aspettare e sennó ciccia, se ne fa a meno”.
MIMMO/A: Bambino/a piccolo/a, lattante. “Fa’ piano e gl’è un mimmino”, trattalo con cura perché è un bambino piccolo. (Ogni volta che incrociamo qualche mamma che dice al suo bambino: amore guarda la mimma, mi viene voglia di dire che tu ti chiami Lavinia e non Mimma. Ma poi guardo papà, che ride, e lascio stare…)
PUNTO: Punto è un avverbio di negazione assoluta che sta a significare che di quella cosa non ce ne sta proprio neanche una piccolissima parte. “Che c´hai di-ppane? No, ‘un ce n´ho punto!”. Non ne ho neanche una briciola. “Non va punto bene!”, non va bene per niente.
SCIANTILLÌ: Stivaletti di gomma. “Mettiti gli sciantilli sennò tu t’ammolli i piedi”. Su questo termine ci sarebbe da aprire un post a parte. Le prime volte che sentivo tua zia dire che si metteva gli sciantillì, io mi chiedevo perché si dovesse mettere la crema (chantilly) per uscire. E poi con l’avvento della Pappa abbiamo anche imparato che altro non sono che sinonimi delle “Calosce” o “Galosce”.
VÓCIARE: Sbraitare, parlare a voce alta. “O’ icché vócia?”, Perché urla tanto?
FA’ LE BIZZE: Di qualcuno un po’ permaloso e puntiglioso. Si dice anche dei bambini quando sono inquieti, “Eh fa le bizze”, è un bambino un po’ inquieto. (Ma questa espressione amore so che la conosci perfettamente!)

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Ps: un’ultima cosa amore. Se dovessero mai rivolgersi a te dicendo: la tu mamma l’è maiala…ecco in questo caso dimmelo. Ci penso io a sistemare quei quattro pirla. Pirla amore è una bella parola. Ma è milanese. Lo imparerai. 🙂

Sere-mamma-dal-primo-sguardo, che ringrazia la suocera per il suo ultimo regalo attraverso il quale ha avuto modo di realizzare questo post. (Spero di non aver fatto troppi errori, ma sai com’è, sono studentessa fuori sede!:-D)

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pps: grazie a Sammoro, per questa splendida pagina che ha creato su facebook, da dove ho preso le immagini della vecchina 😀

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14 commenti su “Lettera di una mamma mezza milanese, alla sua bambina mezza fiorentina.

  1. Brava sere!!!!!!sto morendo dalle risate!!!!noi abbiamo lo stesso problema tra fiorentino e romano,e Ascanio é l’esempio vivente del bambino bilingue,chiama il padre papà e non babbo ma la c é di molto strascicata!!!!!;-)
    Bacioooooo!!!!

  2. Io credo che nonostante tutto devi ammettere che il FIORENTINO è allegro scansonato e dal quale nasce la lingua ITALIANA.
    Ah ah ah ah…….tutti i dialetti sono belli e, secondo me, non vanno dimenticati.

    1. Se non mi piacesse non ne avrei fatto un post no? 🙂 ps: quando vuoi ti insegno il piemontese/ milanese! :-)))

  3. Voi due insieme secondo me siete spassosissimi! Una fighetta milanese e un toscanaccio! ahahahah fantastici! Voglio vedere Lavinia che cosa mi diventa!!!!

  4. da fiorentina….mi permetto un appunto “sedia” è impensabile da dire: per noi è “seggiola!”

  5. Complimenti per il post!!! Io sono fiorentina e mi son buttata via a leggerlo ! (Mi sono divertita un monte) Ho anche provato un certo orgoglio… 😉
    Viva Firenze e viva le famiglie belle come la vostra!

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